Culle, eredità e lealtà invisibili: la Ninna Nanna salentina in chiave psicogenealogica

Nel canto popolare salentino reso ipnotico dall’arrangiamento di Ludovico Einaudi e dalla voce di Alessia Tondo (Taranta Project), c’è un verso che spiazza e scuote:

​”Fa’ la nanna, lu mieu fiju, ca la morte sta su lu tiju.
La morte le fa la nanna, ma pe’ te la fa la mamma.“

​A prima vista può sembrare un’immagine dura, quasi macabra per una nenia dedicata a un neonato. Ma se la guardiamo attraverso la lente della psicogenealogia, questo canto arcaico rivela con straordinaria nitidezza la funzione profonda della linea materna e del sistema familiare.
​1. La “morte sul tetto”: i traumi non elaborati del Clan
​Nel linguaggio simbolico dell’albero genealogico, la morte che sta sul tetto rappresenta l’ombra del passato che grava sul presente: lutti non elaborati, perdite precoci, sofferenze o segreti irrisolti che le generazioni precedenti non hanno potuto integrare. È il dolore ancestrale che fluttua sopra la casa, in attesa di essere visto e pacificato.
​2. La Mamma come filtro transgenerazionale
​Quando la madre canta “ma pe’ te la fa la mamma”, compie un atto di intercettazione e protezione. La madre si frappone tra il bambino e il destino “pesante” del lignaggio. Dice al figlio:
​«Il dolore e le perdite del passato esistono, ma non appartengono a te. Io mi faccio carico del canto, tu resta nella vita»
​Il canto diventa così un vero e proprio rituale di demarcazione: separa ciò che è stato (la memoria degli antenati) da ciò che può essere (il futuro del nascituro), impedendo che il piccolo sviluppi una lealtà invisibile verso le ombre dell’albero.
​3. Il vestito nuovo e i rituali di riparazione
​Anche i dettagli apparentemente quotidiani della canzone — cambiare la camicia “alla francese”, le calzettine al mattino — assumono un valore altamente simbolico e riparativo. Riconoscere, vestire con cura e dare dignità al corpo del bambino è l’antidoto del clan alla trascuratezza del trauma. È l’atto con cui la linea di cura dice: «Per te vogliamo la bellezza, il nuovo, la continuità»
 
​🎨 Un piccolo esercizio di tracciamento e scrittura
​Se senti risuonare questa canzone nel tuo percorso personale, ti propongo un piccolo spazio di esplorazione creativa. Prenditi dieci minuti, un foglio di carta e dei colori (matite, pastelli o acquerelli).
​1. L’Atto Grafico: I Tre Luoghi
​Dividi idealmente il foglio in tre zone con un tratto morbido e lascia che le tue mani traccino tre forme spontanee, senza cercare la perfezione estetica:
– ​IL TETTO: Disegna una linea o una forma nella parte alta del foglio. Rappresenta ciò che sta sopra di te: la memoria del tuo albero, le storie trasmesse, le ombre e le protezioni.
– ​LA CULLA: Disegna una linea concava o un contenitore nella parte bassa del foglio. Rappresenta il tuo spazio di accoglienza, la capacità di sostenere la tua vita e il tuo presente.
​- IL VESTITO: Disegna una forma al centro, una traccia che avvolge o connette. Rappresenta la tua identità di oggi: come ti presenti al mondo, la pelle che hai scelto di indossare.
​2. La Scrittura Intuitiva
​Senza pensarci troppo, scrivi d’impatto una sola frase all’interno di ciascuna delle tre forme, rispondendo a queste domande:
​Tetto: Qual è il peso o l’eredità antica che posso finalmente lasciare andare?
​Culla: Qual è il bisogno di cura che oggi posso ascoltare e accogliere da solo/a?
​Vestito: Qual è l’abito (o l’identità) nuovo che scelgo di indossare per muovermi nel mondo?
​Il gesto finale: OSSERVA IL FOGLIO. Nota se c’è un colore che unisce queste tre parti o se hai bisogno di tracciare una linea di confine netta. A volte, tracciare una linea consapevole tra ciò che sta “sul tetto” e ciò che sta “nella culla” è il primo passo per restare radicati nel proprio presente.
 
​Buon cammino.

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